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In viaggio con il «Corriere» nella Vienna che guarda avanti.

Ogni volta che torno a Vienna, mi viene in mente la zanzara nel campo dei nudisti. Sa esattamente cosa fare, ma non sa da dove cominciare. Poche città al mondo infatti offrono tante e diverse chiavi di lettura come la capitale dell’Austria. Il passato imperiale asburgico e l’avanguardia urbanistica ispirata al socialismo degli Anni Trenta; l’inarrivabile primato di una città che da Mozart e Beethoven incarna la storia stessa della musica; lo straordinario lascito artistico dell’Austria Felix, cuore creativo della Mitteleuropa a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento e il fascino sinistro della città delle spie, seconda solo a Berlino, durante la Guerra Fredda; il laboratorio della nuova architettura e la contaminazione balcanica, a volte controversa, che la ripropone come porta del Sud e dell’Est.
Ci sono i classici, ovviamente, che non è possibile evitare: il Belvedere con i capolavori di Klimt e il Kunsthistorisches Museum, dove la sola Torre di Babele di Peter Bruegel il Vecchio varrebbe la sosta. O la Staatsoper, dove 80 minuti prima di ogni spettacolo si possono trovare ancora biglietti da acquistare, accettando il principio poco italiano di una paziente fila. E poi il complesso della Hofburg, il dedalo di palazzi da cui per sei secoli gli Asburgo governarono l’impero.
Ma ci sono cose meno scontate da fare sulle rive del Danubio. Come il tour dei sotterranei e dei luoghi come il Prater, resi celebri da Carol Reed nel film «Il Terzo Uomo», quelli dove Joseph Cotten inseguiva l’ombra di Orson Welles, alias Harry Lime. C’è anche un museo dedicato al film, con la musica immortale di Anton Karas, aperto solo il sabato pomeriggio. E se non l’avete mai visto, goderselo a Vienna è un’esperienza per sé: lo proiettano tutti i martedì, giovedì e venerdì di pomeriggio al Burg Kino, una sala adiacente al Burgtheatre.
Nessuno ne parla della Narrenturm, la torre dei matti, eppure vale una visita. È un sordido edificio circolare dell’Ottocento, un ex manicomio, oggi trasformato in un piccolo museo delle sofferenze umane, pieno di vasi colmi di formaldeide con dentro ogni sorta di orrori, che cattura un po’ il senso di una città irreprensibile e borghese alla superficie, che nascondeva in modo ordinato i suoi lati oscuri.
Oltre la Hofburg e la Heldenplatz, la piazza degli eroi dove Hitler proclamò l’Anschluss, l’annessione dell’Austria davanti a milioni di viennesi plaudenti, è il Museumquartier, uno dei più grandi distretti culturali del mondo, dove 50 centri d’arte e cultura regalano infinite possibilità. C’è dentro il meglio dell’architettura della nuova Vienna: il Museo d’Arte contemporanea, la Kunsthalle, l’Architekturzentrum. Il mio preferito è il Leopoldmuseum, con i capolavori di Egon Schiele. Ma è il genius loci di un posto magico a fare la differenza: i cortili interni, gli spazi coperti sempre teatro di perfomance, letture pubbliche, installazioni.
Occorre prendere un tram per arrivare al Karl Marx Hof, testimonianza del più grande ambizioso programma di edilizia pubblica mai lanciato in una città occidentale. Accadde negli Anni Trenta, su iniziativa dell’Amministrazione socialdemocratica di Vienna la Rossa, vi presero parte oltre 190 architetti e il risultato fu la costruzione nel cuore cittadino di decine di Gemaindebau, vere città dentro la città per le famiglie dei lavoratori, dotate di verde, scuole, asili nido, cinema, teatri, lavanderie e biblioteche. Ed è interessante paradosso sapere che oggi, in quelle ex isole rosse, sia il partito populista e anti-immigrati dei Freiheitlichen a essere il più votato.
Ed è anche il cibo che fa di Vienna una meta senza eguali. Poeschl è un’osteria in pieno centro non lontano dalla deliziosa Franziskanerplatz. Tutti i classici, dal bollito alla Wienerschnitzel, seduti a tavolini piccolissimi fianco a fianco con una clientela rigorosamente viennese. Si paga solo in contanti e la ruvidezza simpatica dei camerieri fa parte del gioco. Poi c’è il Do&Co, i viennesi per indicarlo dicono «andiamo su», perché è all’ultimo piano di un moderno edificio proprio davanti al Duomo di Santo Stefano. Vista incredibile. Grande mescolanza di cucina viennese e piatti orientali. Il proprietario è di origine turca ed è lo stesso che da qualche anno ha rilevato la storica pasticceria Demel, luogo di nascita della Sachertorte. È diventata un posto molto turistico, ma se ci andate la mattina presto e fate colazione al bancone deserto con un mélange e una fetta del loro dolce più famoso, cogliete ancora il tempo che fu.
Ma tornando alla città l’errore sarebbe di pensarla e vederla solo come un grande museo all’aperto e un luogo di glorie passate. No. Vienna continua a guardare avanti e a cambiare, forse memore delle parole di Karl Kraus, il grande intellettuale che difese la grande ma controversa trasformazione urbanistica della fine dell’Ottocento, contro i puristi e i tradizionalisti: «Cari Signori, sappiate che la vostra Vienna antica, una volta è stata giovane».

Paolo Valentino
Paolo Valentino

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